Salvatore Furia (1924-2010) PDF Stampa E-mail
salvatorefuriaEravamo in mezzo al mare su una barca a vela tra Siracusa e l’isola greca di Cefalonia la mattina del 12 agosto scorso quando squillò il cellulare proiettando sull’equipaggio varesino un velo di struggente malinconia: se n’è andato il “prof”. Di notte, da solo, nel silenzio delle sue stelle: ha spento il microfono dal quale per 30 anni ha recitato le previsioni del tempo come fossero terzine della Commedia e ha reclinato il capo. Ha consegnato al Principale la contabilità immensa delle sue opere terrene e ha cominciato a vagare nell’universo di quei pensieri positivi che era solito augurare agli ascoltatori del Gazzettino Padano a volte divagando sui segreti della fienagione e sull’arrivo delle capinere.
Ci sono uomini che trasmettono messaggi anche quando muoiono. E per chi butta giù queste note, siciliano di nascita come Salvatore Furia, il messaggio è forte e limpido. Forte come la tempra d’un impiegato statale che scese alla stazione di Varese, proveniente da Catania, 60 anni fa, vide il profilo del Campo dei Fiori e tutto poteva immaginare tranne che vi avrebbe costruito dal nulla una cittadella delle scienze, senza utilizzare soldi pubblici, ma convincendo facoltosi imprenditori lombardi a investire nella conoscenza e nella bellezza. Quante meraviglie lassù: tre cupole per le osservazioni astronomiche, un orto botanico, una stazione di sismografi e quel che più conta una scuola di vita per almeno quattro generazioni di ragazzi e ragazze.
Ma il messaggio è anche limpido, dicevamo, come l’esistenza di un guerriero che cominciò a lanciare anatemi ambientalisti non drogati dalla politica e dalle consorterie quando gli uomini del Nord si ubriacavano di progresso, di fabbriche, di ricchezza, certo, ma anche di fumi, di scarichi selvaggi e non sapevano di farsi del male. Laghi avvelenati, boschi annientati, cieli grigi che di lì a poco, attraversati dalle piogge, avrebbero riversato acidità sulla pianura. Quante battaglie, “prof”, quanti rischi di finire in galera perché negli anni ’60 chi stava dalla parte della natura vilipesa era un eversivo, un poco di buono. Se poi vestiva i panni di un Savonarola e aveva apostoli che lo seguivano, guai: bisognava fargli un trattamento sanitario obbligatorio. Una notte indimenticabile Salvatore Furia organizzò un trasporto di alghe putride dai canneti di Biandronno al centro di Varese e le scaraventò nella fontana di piazza Monte Grappa. Puzza di morte, di fango marcio. Fu un oltraggio al look della città per bene che però servì ad accelerare nelle coscienze sopite di pubblici amministratori una improvvisa consapevolezza: bisognava fare in modo che reflui civili e industriali, scarti di sale operatorie, porcherie di ogni genere non finissero più senza filtro nelle acque del lago di Varese ormai in coma. Si è fatto molto, non ancora tutto, non sempre non successo al capezzale del grande malato. Non abbiamo dubbi : se Varese dovesse in qualche modo esternare riconoscenza a uno strepitoso divulgatore di scienze e a uno straordinario imprenditore sociale dovrebbe divellere il campanile del Bernascone e donarglielo alla memoria.
Se n’è andato via un uomo intelligente e a volte scomodo, un magnifico testardo che voleva avere sempre ragione e non aveva mai torto, oggi è come se cadesse a terra un monumento. Varese deve a Salvatore Furia di essere diventata punto di riferimento per le osservazioni astronomiche, per lo studio del terremoti, per la cattura delle comete negli spazi infiniti. Il tutto a costo zero. Molti allievi del “prof” cresciuti a pane e Campo dei Fiori sono finiti in punti nevralgici della società scientifica internazionale. Con Salvatore Furia ci eravamo sentiti una ventina di giorni fa: cercavamo Rosi, l’inseparabile segretaria, volle parlare lui quasi avesse bisogno di comunicarci un desiderio. «Vorrei salire all’Osservatorio», ci disse con voce che non era più la sua, «ma lui non è d’accordo». E capimmo che si metteva la mano sul cuore indebolito da un ictus. Furia voleva essere cremato perché le sue ceneri venissero poste ai piedi di una Madonnina lassù al Campo dei Fiori: gliel’hanno concesso. Quanta nostalgia caro “prof”. Un pensiero positivo glielo dedichiamo anche noi: grazie!
di GIANNI SPARTA’