Francesco Tamagno (1850-1905) PDF Stampa E-mail

FrancescoTamagnoTorinese (dicono) fin nelle sonorità nasali del registro centrale, dominatore di una delle stagioni più fervide e vitali della storia del canto, Francesco Tamagno ha uno spazio nella mitologia operistica.

Iniziò come semplice corista al Regio di Torino a poco più di vent’anni, ma non tardò a manifestare le sue ambizioni protagonistiche: ottenuta la particina di Nearco nel Poliuto, trovò il modo di interpolare un fracassante si naturale alla frase “chiedimi il sangue mio; l’anima no, che l’anima è di Dio”.

Un paio d’anni dopo (assolti gli obblighi di leva) era già noto in tutta Italia e cominciava a farsi valere all’estero. A ventisette anni approdò alla Scala dove signoreggiò per un quindicennio e dove, nel fulgore dei suoi trentasei anni, fu protagonista nella creazione dell’Otello di Verdi. Fu un incontro fatale: il sensazionale successo raccolto in questo ruolo ebbe più di tre lustri di riconferme nei maggiori teatri del mondo e alimentò un mito che sopravvive ancora oggi.

Per tutto il corso della carriera (che proseguì fra deliri tumultuosi fino al 1904), la popolarità di Tamagno conobbe una diffusione planetaria. Morì nel 1905 a soli cinquantacinque anni, pochi mesi dopo l’addio alle scene; fortunatamente tra il 1903 e il 1904 era arrivato a consegnare alla posterità una serie di registrazioni discografiche per la Grammophon.

I ruoli nei quali era più conteso, già prima che ad essi si aggiungesse l’ Otello, furono il Profeta di Meyerbeer, il Poliuto di Donizetti e il Guillaume Tell di Rossini. Fu celebre anche nel resto del repertorio verdiano (Aida, Ernani, Trovatore, Don Carlos, la revisione scaligera di Boccanegra) e nel grand-opéra (Ugonotti, Robert le diable, Africana, Roi di Lahore, Sansone, Juive).

Ma soprattutto fu il portavoce dell’ultima stagione dell’opera romantica italiana: con la sua vocalità ridondante e di antica scuola, con la prestanza erculea, l’irruenza un po’ guascona ma ancora rilucente di ideali cavallereschi ed armature argentee, Tamagno divenne - più o meno consapevolmente - il campione dei musicisti tardo-romantici, che, al tramonto di un’epoca, guardavano con rimpianto alle “sante memorie” della tradizione primo-ottocentesca.

Interprete ideale degli eroi “d’altri tempi” di Gomes, Ponchielli, Franchetti, (oltre che dell’ultimo Verdi), Tamagno tenne a battesimo Marion Delorme e Figliuol Prodigo (Pronchielli), Asrael (Franchetti), Maria Tudor (Gomes) e Messalina (de Lara) e si spinse fino ai lavori pre-veristi di Leoncavallo (I Medici), Puccini (Edgar) e – in questo senso - Andrea Chenier,

All’opera ottocentesca italiana, giunta al crepuscolo, Tamagno consegnò l’antico eroismo, inconsapevole e fulgido, di cui era depositario (dalla linea Duprez e di Tamberlick) e, anche in questo senso, incarnò l’ultimo squillo del tenore romantico.